CLAUDIO MAGRIS-MANUEL POPPE CONVERSA NO
‘CORRIERE DELLA SERA’ (16/07/2016)
A confronto con il diplomatico che è
anche una delle voci più originali e intense del mondo lusitano: «Scrivo per capire il senso della vita,
terribile e meravigliosa»
Lo scrittore, ha detto una volta Borges,
rappresenta la vita più che viverla, sentimento che provava fortemente pure
Thomas Mann. Ci sono stati peraltro scrittori, anche grandi, che hanno
rappresentato non solo, con la malinconia manniana o borgesiana, la vita, ma
anche, più concretamente, un Paese ossia istituzioni, valori e princìpi di una
società, di una civiltà. Gli esempi sono numerosi e anche illustri. Uno di
questi è Manuel Poppe Lopes Cardoso, appartato e intenso scrittore portoghese.
La letteratura portoghese, nota per alcuni
suoi grandi intramontabili maestri, da Pessoa a Saramago — la cui amicizia e vicinanza sono state e sono
un grande regalo della mia vita, sino all’ultimo incontro con lui e Pilar a
Lanzarote, poco prima della sua morte — o a Lobo Antunes, è ricca pure di
autori meno conosciuti ma significativi, voci di un piccolo Paese che è stato
un grande e composito Impero, una prora d’Europa protesa verso i mari del
mondo. Cardoso Pires, Vasco Graça Moura, morto pochissimi anni fa, fine saggista
e affascinante poeta, traduttore di Dante; Almeida Faria, col suo Cavaliere errante, e molti altri. Uno di questi,
prolifico e versatile, è Manuel Poppe Lopes Cardoso, saggista (Letteratura viva, José Régio e la libertà poetica),
autore teatrale (I sopravvissuti, Gli amanti volontari, Pedro
Primo, L’arancia) e narratore (L’uccello di vetro, La donna
nuda, Un inverno a Marrakech, Ombre a Tel Aviv).
Autonomo nel suo percorso poetico,
indipendente da correnti e tendenze che di volta
in volta tengono banco, Manuel Poppe Lopes Cardoso, che considera uno dei suoi
maestri João Gaspar Simöes, è stato consigliere culturale del Portogallo in
Italia, Israele, Capo Verde e Marocco; una stimolante duplicità di
rappresentatività ufficiale e vagabondaggio zingaresco, stimolante per la
creazione letteraria. Quale di queste esperienze, gli chiedo, ti ha arricchito
di più?
Manuel Poppe Lopes Cardoso — Sicuramente
quella che mi ha marcato di più è stata l’Italia. I miei 15 anni in Italia. Sono
arrivato a Roma il 9 gennaio 1975. Lasciavo dietro di me un Paese che si
liberava dalla dittatura fascista, cioè 48 anni senza libertà civile, senza
libertà culturale. Ho trovato in Italia l’opposto: la libertà di opinione, la
creatività culturale senza censura politica; insomma mi sono trovato dentro
un’altra realtà che mi offriva ciò che in Portogallo era vietato. Più tardi, mi
hanno dato molto anche gli anni africani, israeliani e marocchini. Rispetto
alla letteratura portoghese, mi sento più vicino ad autori come Camilo Castelo Branco,
José Régio, Branquinho da Fonseca, Irene Lisboa, Mário de Sá-Carneiro, l’amico
intimo di Pessoa, cui Pessoa ha scritto in una lettera: «Lei è di noi due il più profondo». Negli ultimi decenni c’è stato
un riconoscimento di una letteratura, quella portoghese, quasi dimenticata.
Claudio Magris — Per quel che riguarda la
letteratura italiana, penso alla tua amicizia con Giorgio Voghera, ai tuoi incontri triestini con lui, in
cui talora c’ero anch’io… E per quel che concerne il Portogallo, penso naturalmente
ad Antonio Tabucchi, a ciò che la civiltà portoghese, nel senso più ampio del
termine, ha significato per lui e a ciò che lui ha significato non solo per
l’Italia, ma, oltre che per l’Europa in genere, particolarmente per il
Portogallo. Hai mai avuto la tentazione di scrivere in un’altra lingua o di
indulgere a un meticciato linguistico con gli idiomi fra i quali hai vissuto,
come è accaduto a molti scrittori?
Manuel Poppe Lopes Cardoso — Il passato
del mio Paese, la sua storia con i suoi conflitti, la sua complessità, la sua diversità
mi hanno influenzato a fondo, anche prima che me ne rendessi conto. La lingua
portoghese è il mio cuore, il tramite dell’espressione della mia sensibilità,
dei miei problemi, dei miei sogni. Per me l’espressione dello scrittore è
indissolubile dalla lingua del suo Paese. Certo, ci sono scrittori — Conrad,
Nabokov, per esempio — che hanno eletto un’altra lingua, però li sento quali
eccezioni. Sento più vicino Isaac Bashevis Singer, che non ha abbandonato la
sua lingua, lo yiddish, pur potendo
scrivere anche in polacco o in inglese. Del resto anche tu, pur così radicato
nel crogiolo plurinazionale e mitteleuropeo, hai sempre scritto in italiano…
Claudio Magris — Sì, per me sarebbe
inconcepibile scrivere in un’altra lingua, ad esempio in tedesco, l’unica in cui potrei farlo (ma solo, come mi è
accaduto, per quel che riguarda testi critici o articoli, non testi letterari,
di invenzione). Non si tratta soltanto di padronanza di un’altra lingua. Il mio
modo di vedere, organizzare, sentire, rappresentare il mondo è legato
inesorabilmente alla sintassi italiana. Ma il passaggio da una lingua
all’altra, la scissione fra lingua madre e lingua dell’esilio, di cui ci sono
tanti grandi esempi, mi hanno sempre affascinato. A proposto di scissione, c’è
stata o c’è in te complementarietà o contraddizione tra l’attività di scrittore
e quella del diplomatico?
Manuel Poppe Lopes Cardoso — Il mio lavoro
diplomatico, durato trent’anni, mi ha dato moltissimo. Mi ha permesso di conoscere non
solo e non tanto la rappresentatività ufficiale, quanto la vita concreta,
l’umanità dei Paesi nei quali ho vissuto. Questo incontro, queste amicizie sono
state un favoloso arricchimento umanistico. La maggior parte dei miei libri
sono ambientati in Paesi stranieri. L’Italia — Venezia, Roma — in cinque libri,
inoltre l’Africa, Israele e il Marocco, in altre mie opere. Per quel che
riguarda gli scrittori italiani, autori che mi hanno molto segnato sono stati
Svevo, Saba e Federico Tozzi. Del resto anche i tuoi modelli non conoscono
confini...
Claudio Magris — Certo, gli scrittori che
mi hanno dato il senso della vita e del mondo appartengono a molte, diverse culture. Un’altra cosa che ci unisce è la
varietà dei generi letterari che abbiamo entrambi praticato; saggistica,
narrativa, teatro…
Manuel Poppe Lopes Cardoso — In questa
varietà, per me è il tema che decide. Un altro elemento fondamentale, per me, è il diverso ruolo che,
nell’una o nell’altra storia e dunque nel genere in cui la si rappresenta,
giocano lo spazio ed il tempo.
Claudio Magris — Il tuo libro che forse
amo di più è un romanzo, L’uccello di vetro. Romanzo d’esordio che è un
gioiello di analisi dei sentimenti e delle emozioni, dell’incertezza e
dell’ambiguità delle relazioni amorose, del gioco dell’impegno e della fuga,
del sentimento più delicato e dell’erotismo. Una storia «italiana» — l’amore di
Andrea e della giovane veneziana Lorenza… Una «sismografia dell’animo umano»,
come il romanzo è stato definito. Un libro complesso, sottile, di passione e
delusione, dell’amore che non dura ma che continua anche quando è finito, tema
che sento molto. Ti consideri uno scrittore espatriato? Cosa ti spinge a
scrivere?
Manuel Poppe Lopes Cardoso — Molto presto,
sin dall’infanzia, ho sentito il bisogno di scrivere. Forse per tentare di capire per quale motivo ero vivo, chiamato in questo
mondo e, oltre che chiamato a sopportarlo, condannato alla fine alla morte. Non
avevo chiesto di nascere. Un’intenzione o una distrazione — chi lo sa? — dei
miei genitori mi ha gettato nel circo della vita. Ma, infine, quella dei miei
genitori è stata una buona idea. La vita, per breve e complicata che sia, è un
terribile e meraviglioso avvenimento. Credo che alla fine, se mi chiedessero se
voglio tornare a ripeterla, pur sapendo alla fine di dover pagare, risponderei
di sì, di voler tornare ad affrontare di nuovo la vita e la morte.